La classe di Marella Agnelli

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Quando John e Jacqueline Kennedy si insediarono a Washington, la Casa Bianca divenne glam. Nel 1961, sulla lista degli invitati a un ballo formale organizzato da Jackie, due nomi italiani spiccavano in prima linea: i Signori Gianni e Marella Agnelli, con i quali i Kennedy trascorsero l’estate del 1962 sulla costiera amalfitana. Gli aneddoti che raccontano come l’Avvocato e il Cigno – tali erano i più noti soprannomi di Gianni e Marella – conquistarono il jet set internazionale sono infiniti, e a rappresentarli tutti bastano le parole di Valentino Garavani, lo stilista, che nel documentario Gianni Agnelli. Il Principe spiegò: «Erno considerati la coppia più importante fra tutte le coppie del mondo… quando un americano voleva essere al passo coi tempi, imitava lo stile degli Agnelli. Marella veniva spesso in atelier; aveva un gusto semplice, lungo collo e gambe stupende: qualsiasi abito le stava bene indosso». Eredità di nonna Meralda (madre di Filippo Caracciolo, Duca di Melito e Principe di Castagneto) quel collo slanciato fu solo uno dei tratti distintivi di Marella, il cui fascino leggero ha attraversato il Novecento.

Nata nel 1927 e scomparsa lo scorso febbraio, scatti pubblici e privati ne testimoniano l’eleganza; dote che a New York la portò a posare nel 1950 per il fotografo Erwin Blumeneld. Un mestiere noioso per l’irrequieta Marella: «Forse per te è arrivato il momento di passare dall’altra parte dell’obiettivo» l’apostrofò Blumenfeld notando la sua passione per il lato tecnico della fotografia. La partenopea nobiltà paterna, sposata all’allure snob di una madre americana, miliardaria e bellissima, non le avrebbero mai permesso di realizzarsi “solo” come modella. Il futuro le offrì molto di più. Una vita svelata fra aneddoti d’infanzia autobiografici in La signora Gocà e, più adulta, in Ho coltivato il mio giardino (entrambi Adelphi), tra i ricordi di chi con lei lavorò alla costruzione delle celebri dimore Agnelli.


Memorabili souvenir

Ogn«Ecco una ragazza stupenda» era solito dire Gianni alle sue quattro sorelle, che in Marella videro una redenzione per quel fratello sportivo, ironico e sciupafemmine. Nel 1952, un grave incidente lo bloccò a letto per due mesi. In ospedale si dice, fu ammessa solo Marella, a scapito della caccia-uomini Pamela Churchill, ex nuora di Sir Winston Churchill nonché ex fiamma di Agnelli. Quella degenza portò consiglio: Gianni (in stampelle) e Marella (luminosa in abito Balenciaga) si sposarono a Strasburgo il 19 novembre 1953. Se ripensando a quell’epoca è facile evocare attrici hollywoodiane e nobildonne straniere, in Italia (e non solo) Marella fu un’icona di stile, che oggi avrebbe da ridire su una simile definizione: mortificata dalla nomina di Miss Firenze ricevuta a sorpresa nel 1947 («In quegli anni, una ragazza cosiddetta “rispettabile”, di buona famiglia, non poteva pensare di diventare una Miss»), nei confronti delle apparenze manifestava un’attitudine ambivalente. Splendida e fiera davanti all’obiettivo, il suo atout era la naturalezza; la stessa che, nel privato, le permetteva di splendere con maglie e pantaloni maschili, felpe, camicie, mocassini. E fin troppa modestia per tanto charme. «Se una ragazza non era particolarmente bella – e io non mi sono mai considerata una gran bellezza – bisognava almeno che fosse elegante. Monsieur Balenciaga, il mio couturier preferito in quegli anni, per me era uno scudo. Ci si presentava al mondo con un’immagine creata da un’altra persona ed era una sensazione molto piacevole». Quel fascino innato, in realtà, scorreva già nelle sue vene. Con rossi capelli tagliati à la garçonne e bocchino nero, la madre Margaret Clarke – ereditiera di un impero del whisky – torna nei ricordi della piccola Marella santificata più per beltà che per amore materno; flemmatica e profumata di fragranze francesi, fra tacchi alti e cassetti traboccanti di organze colorate («Sembrava una copertina di quei Vogue, sparsi qua e là in camera sua») irretiva la routine famigliare con il languore di un’eroina in terra straniera. «Dovresti dire a Margaret che di giorno i diamanti non si mettono, le americane non lo sanno» suggeriva nonna Meralda al figlio innamorato. Di simili errori probabilmente Marella non ne commise mai, dopo aver assorbito i costumi delle località in cui viaggiò seguendo gli incarichi diplomatici del padre. Tra fasti e povertà, guerra e pace, dall’Engadina ad Ankara, fu un’infanzia costellata da ricordi caleidoscopici: le mentine con stemma di casa Savoia ricevute dalla regina, cene sul Bosforo, matrimoni nobili… Ma anche una fuga notturna a Napoli su un aereo militare, accucciata con i fratelli fra i sacchi merce, durante la guerra.

Il suo stile

Dall’abito lungo al tubino, nel look Marella non risultò mai estrema. Appassionata di décor (tanto da disegnare stoffe con successo), sulla sua figura cromie e tessuti estrosi catalizzavano lo sguardo senza esigere alcuna voluttà. Ma nel gioiello fu più spericolata: fra i suoi monili spicca una collana dai lunghi fili di gemme portata spesso con abiti da sera o con semplici bluse in cotone. «Era il 1955 e Gianni, che amava acquistare gioielli particolari, era andato al Gem Palace di Jaipur alla ricerca di qualcosa di unico. Lo colpì un gioiello composto da lunghe file di rubini e smeraldi appartenuto al Maharaja di Jaipur». Orgogliosa di estremità ereditate (forse) dalla madre – spesso lodata per l’arco perfetto dei suoi candidi piedini – condivideva con la cognata Maria Sole «la certezza di avere entrambe i più bei piedi del mondo». Fu lei a regalarle delle scarpe in satin appartenute alla madre Virginia: «Per me, una diciassettenne che da quattro anni indossava solo scarponi da montagna o con tacco di sughero, avevano un valore speciale. Credo sia per questo che da adulta sono diventata quasi una feticista di scarpe». Brillante in società, per indole si mostrò sempre riservata. Quando fu inclusa dal New York Times fra le donne più eleganti, ammise di aver provato una forte insicurezza nell’aver sentito tanti occhi puntati su di sé. Studiare, leggere e osservare furono piaceri intensi più dell’essere guardata: «Qualunque attività visiva mi riempiva di soddisfazione, ancor più della lettura. Fermarmi a osservare la natura, contemplarne la bellezza, mi diede sempre un senso di gioia immenso».

PUBBLICATO SU IO DONNA



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