Guido Keller, genio e follia

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Come esprimere una profonda rabbia verso il proprio governo? Nell’ultimo secolo (o forse più) tanti se lo sono domandato. Ma immaginereste mai che, per manifestare il proprio dissenso, su quel governo qualcuno possa aver mai lanciato… un pitale? Accadeva nel 1920, quando Guido Keller, esteta aviatore ed eccentrico militante nella dannunziana impresa di Fiume, manifestò le sue idee con un volo più che originale. Ma prima, introduciamo questo affascinante personaggio.

Keller era nato nel 1892 da un’ottima famiglia svizzera, ricca più di titoli nobiliari che di patrimoni. Il suo carattere vivace appare già a scuola: non termina gli studi, preferendo un istrionico percorso autodidatta. Ispirato dai primi movimenti futuristi, si lascia conquistare dalla modernità dei motori di auto e aeroplani; così nel 1915 si distingue per le sue abilità nel volo, diventando presto pilota militare.

«Keller era piccolo di statura, con una capigliatura sempre troppo abbondante e arruffatissima, con una barba selvaggia ma con baffi fieramente obbligati all’insù come quelli di un moschettiere. Aveva uno sguardo fra l’accigliato e il tenero… un giorno ti capitava davanti con un capo di raffinata eleganza: una cravatta, un paio di scarpe provenienti da un ottimo negozio. Ma il giorno dopo la cravatta era lordata da una macchia d’olio che lui non si curava di togliere e le scarpe erano orribilmente scalcagnate. Le aveva adoperate per una gita in montagna dove si era arrampicato di notte per assistere allo splendore dell’alba» raccontava al tempo Mario Fucini, generale dell’Aeronautica.

Campione in volo (e di originalità)

Quella ricerca di una bellezza totalizzante emerge anche nell’aviazione: gli varrà la stima di Gabriele D’Annunzio. In volo non indossa abiti tradizionali ma giacchette striminzite e fez ben calzati in testa, dilettandosi nella contemplazione del panorama. Molti giurano di averlo visto portare a bordo servizi da tè, per gustare la bevanda preferita leggendo volumi di Leopardi, Ariosto o Petrarca, tenuti stretti fra le ginocchia…

A terra, la sua originalità si divide fra attività differenti. Vegetariano, amante della natura, era facile vederlo nudo tra i fiumi o fra capanne sull’albero in cui trascorreva molte ore leggendo e riposando. Conosciuto il Vate in guerra ne era divenuto subito amico. Per questo partecipa all’impresa fiumana contribuendo, si dice, a renderne D’Annunzio il governatore. E quando nel 1919 il poeta occupa Fiume per sedici mesi di artistica utopia, Guido sarà l’unico a potergli dare del tu. Una fedeltà ben dimostrata quando per D’Annunzio costituisce una guardia personale di giovani avventurieri: la “Disperata”, diretta dallo stesso Guido.

«Di Keller non si può dire che abbia un profilo d’aquila… piuttosto l’aquila si sforza vanamente di imitare il profilo di Keller. Avrebbe potuto essere un satiro, un monaco in Umbria, un brigante in Calabria, un corsaro ad Algeri» scriveva Léon Kochnitzky musicologo e letterato belga, che con Gabriele D’Annunzio condivise l’impresa di Fiume e una difficile amicizia. È con il poeta trevigiano Giovanni Comisso che Guido stabilirà poi non solo uno stretto rapporto, ma anche le radici della eclettica rivista YOGA.

Dalla materia allo spirito

Sottotitolata Unione di Spiriti Liberi tendenti alla perfezione, YOGA come simbolo si fregia di simboli antichi: una orgogliosa svastica e una rosa a cinque petali. Con chiare propensioni esoteriche, proclama così di riunire sotto quei segni “… tutti gli uomini forti e fieri che ambiscono di spezzare questi falsi idoli che vivono sulla Terra e nelle credenze del nostro spirito… tutti gli uomini che hanno per numi Vita e Bellezza”. Ne usciranno solo quattro numeri. L’intenzione? Restaurare i valori dello spirito contro il materialismo positivista.

Intanto La Disperata innova la visione militare del tempo, come scriverà lo stesso Comisso: “Con la creazione di questa compagnia, Keller aveva cominciato a realizzare le sue idee di un nuovo ordine militare. Grande parte del giorno questi nuovi soldati facevano esercizio di nuoto e di voga, cantavano e marciavano attraverso la città a torso nudo con calzoncini corti, non avevano obbligo di rimanere chiusi in caserma”.

Ma il loro sogno era destinato a svanire. Nel 1920, l’Italia firmò il trattato di Rapallo con cui impose a D’Annunzio di lasciare Fiume: Keller progetta di rapire Giolitti ma, abbandonando questo improbabile progetto, si lancia in ciò che sa meglio fare. Il volo. Decolla così alla volta di Roma sul proprio aereo portando con sé due mazzi di rose rosse (che lancerà rispettivamente sul Quirinale in onore della Regina Elena e uno sul Vaticano, dedicato a San Francesco), ma soprattutto il famigerato pitale. Quest’ultimo, con dentro un bel mazzo di rape, sarà sganciato sopra Montecitorio accompagnato da un messaggio illuminante: “Guido Keller – Ala azione nello splendore – al parlamento ed al governo che si regge col tempo, la menzogna e la paura, dedica la tangibilità allegorica del suo valore”.

Voilà. L’oggetto mancò il bersaglio cadendo sul tetto dell’Hotel Milan, ma colpì comunque nel suo metaforico segno, anche se l’inevitabile fine dell’avventura fiumana segnò l’inizio della decadenza di Keller. Per qualche anno insegue ancora i suoi ideali: prima in Turchia, offrendo il proprio servizio a Kemal Ataturk (duce dei giovani turchi), passando poi a Berlino, dove milita in circoli intellettuali e artistici di quella città definita come una “moderna Babilonia”.

E poi via in Libia, a Bengasi, dove in un veliero fuori uso “… riceveva il fior fiore della femminilità e della vita intellettuale della colonia. Aveva creato in quell’eremo natante un centro di attrazione ove molti ambivano di essere ricevuti. Già intanto la sua condiscendenza verso gli indigeni lo aveva reso popolare: forse in questo suo esperimento di fraternizzazione aveva oltrepassato i limiti di ogni ragionata convenienza”.

I viaggi si susseguono. È la volta del Sud America: Cile, Perù, Argentina, Cile… invischiato in losche trame politiche, si farà rimpatriare da Buenos Aires a spese dell’ambasciata italiana.
I suoi ultimi anni Keller li visse poveramente in una pensione romana, ospite di un amico, mangiando le amate puntarelle di cicoria nella sua cara trattoria “L’Aliciaro”, sognando ancora la realizzazione della Città di Vita, “… un luogo degli artisti e per gli artisti. Una sorta di città senza leggi e senza agenti di polizia, senza cimiteri e senza banche”. Muore alla fine del 1929 in un incidente d’auto, a 35 anni. Per volontà di D’Annunzio troverà la miglior pace eterna: sepolto al Vittoriale in un’arca romana, nel viale degli ulivi.

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